venerdì 11 luglio 2025

Nexus - Yuval Noah Harari

In “Nexus” Harari dispiega a parole una ragnatela invisibile del potere digitale, della nuova frontiera tecnologia dell’AI che sta invadendo le nostre esistenze, esponendo, a conclusione della prima triade editoriale che tutti bene o male conoscono, quello che è il “controllo e manipolazione” dell’informazione. Non a caso la verità non è solo quella che si racconta ma è anche, spesso, quella che si tace.

In un tempo in cui tutto è velocità, connessione, aggiornamento, è arrivato nelle mie mani questo libro: Nexus. Un titolo sobrio, quasi freddo, come certi server senza finestre dove oggi si custodisce — e si distorce — il sapere del mondo.

Scritto da Yuval Noah Harari, uno storico israeliano che si è guadagnato fama parlando dell’Uomo, della sua storia e del suo destino con uno stile chiaro, quasi scolastico, in Nexus Harari fa qualcosa di diverso: cerca di raccontare la storia delle reti dell’informazione, da quando i primi uomini lasciavano tracce sulle pareti delle caverne fino al momento in cui — oggi — è una macchina a raccontarci il mondo.

L’idea centrale del libro è semplice, eppure profonda: non esiste civiltà senza informazione. L’informazione — la trasmissione di parole, di numeri, di simboli, di miti — è ciò che ha permesso agli esseri umani di costruire imperi e divinità, di organizzare guerre e scrivere poesie. Ogni potere, anche quello più brutale, è passato attraverso una narrazione.

E così Harari ci prende per mano e ci porta lontano, nella Mesopotamia delle prime tavolette cuneiformi, nel monastero medievale dove un copista copiava la Bibbia, nella Berlino degli anni ’30 dove la radio diffondeva parole piene di odio con una voce seducente, e infine — eccoci — nell’universo digitale, dove ogni nostro clic diventa una traccia, ogni nostro pensiero una merce.

Nel presente è la memoria ad essere relegata all’iniziativa delle macchine per le quali ci troviamo, volenti o nolenti, connessi, quasi persi nel capire chi controlla chi. Leggendo questo libro mi è tornata in mente una riflessione che ho riscontrato negli scritti di Tiziano Terzani, in quelle sue critiche al progresso tanto decantato dall’Occidente e che lui, dall’Oriente vedeva come la nemesi dell’umanità: più impariamo a scrivere, meno ricordiamo. E oggi che scrivono le macchine, cosa ricordiamo davvero noi? Insomma la macchina produce non più per l’uomo ma per le macchine stesse che si ritrovano ad occupare non solo il nostro tempo libero ma anche quello affettivo e professionale.

Harari descrive con chiarezza il passaggio cruciale che stiamo vivendo: non siamo più noi a gestire le reti dell’informazione, ma loro — le reti — a gestire noi. È un ribaltamento silenzioso e spaventoso. Non c’è più un censore con i baffi, non c’è più una Gestapo che bussa alla porta. C’è solo uno schermo, e un algoritmo che decide cosa mostrarci e cosa nascondere. Ed è proprio lì che si gioca la partita del futuro: chi controlla l’informazione, controlla la realtà. E chi controlla la realtà, plasma l’umanità.

Nel capitolo più inquietante, Harari ci racconta dell’intelligenza artificiale come della prima “rete inorganica” capace di scrivere, parlare, creare immagini e persino emozioni. Ma cosa ci resta, allora, della nostra voce interiore? Se sarà un’intelligenza artificiale a rispondere alle nostre domande più profonde, avremo ancora bisogno di cercare?

Non vi è dubbio che Harari deve molto alle considerazioni di Shohana Zuboff di cui non cessa di citare interi passi del suo capolavoro “The Age of Surveillance Capitalism. Questo omaggio rende il libro più interconnesso al tragico presente che viviamo, una promessa disattesa di progresso, crescita e felicità che gli imperatori della Silicon Valley e i loro lacchè del mondo politico non cessano di inoculare nelle nostre indifese vite quotidiane, passate a rincorrere il consumo dei prodotti globali in cerca di vane esperienze dettate dal semplice profitto dei mercati.

Mi sono chiesto: dov’è finita l’umana incertezza, quella che ci spingeva a partire, a sbagliare, a fare domande? Harari non offre una risposta, ma ci lascia uno specchio. E in quello specchio vediamo noi stessi trasformati in utenti, dati, segmenti di pubblico, target market di un impero del profitto dedito alla coltivazione di dividendi e schiavismo della più integrata realtà quantica mai concepita.

Leggendo Nexus, ho provato un’urgenza: quella di spegnere tutto. Di uscire. Di ascoltare. Perché se tutto è rumore, allora il primo atto di libertà è il silenzio. Un silenzio che non è assenza, ma presenza. Un silenzio che dice: “Io non partecipo a questa rete che mi divora. Io ritorno a essere umano”. Scollegatemi.

Harari scrive con chiarezza, ma spesso anche con la sicurezza un po’ rigida di chi vuole spiegare troppo. In questo, a volte, semplifica. Generalizza. Parla del mondo come se fosse un sistema, ma il mondo è anche cuore, è anche poesia, è anche mistero.

Ciò che Nexus ci mostra è una verità scomoda: siamo immersi in una rete che non abbiamo costruito, e che spesso nemmeno comprendiamo. Ma la bellezza dell’uomo, l’ho imparato viaggiando, sta nel fatto che può scegliere. Può uscire dalla gabbia. Può cercare un’altra via.

Eppure Nexus è un libro necessario, anche se non il migliore. Non per quello che dice, ma per quello che fa pensare. È un libro che ci chiede: “Sei tu a scrivere la tua storia o la stai solo leggendo da uno schermo?”. L’autore mostra i primi segni di stanchezza ma forse ha solo deciso di dire la sua su un tema che dell’urgenza ha fatto la sua missione. Scappate; sciocchi!

E allora forse il vero messaggio del libro non è un grido d’allarme, ma un invito. Un invito a non diventare nodi inconsapevoli, ma viandanti coscienti, capaci di connettersi sì — ma anche di disconnettersi. Per ritrovare il tempo, il silenzio, la verità. Quella che non passa dai cavi, ma dalla coscienza.

 

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