Mi è capitato spesso di incontrare uomini che credono di sapere chi davvero comanda il mondo. Dicono: “I politici!”. Altri, con tono cospiratorio: “Le multinazionali!”. Poi ci sono quelli che, con un gesto vago della mano, indicano “la finanza”. Eppure pochi sanno cosa significhi davvero quella parola.
Volpi in “Nelle mani dei fondi” ci dice che il vero potere è muto, non fa proclami e non si candida a nulla: investe, possiede, orienta. In un libro asciutto e documentato, racconta come una manciata di fondi finanziari — BlackRock, Vanguard, State Street — siano diventati i veri padroni del Mondo. Ma non con le armi o le ideologie: con i capitali.
Subito mi è balenato il titolo di quel libro “Il Capitale” di Thomas Piketty, che da anni ripete proprio una cosa simile, ma da un'altra prospettiva: il capitalismo ha smesso di essere un motore di progresso e si è trasformato in una macchina per accumulare potere nelle mani di pochi.
Volpi, come un geografo del presente, ci mostra dove passa oggi il potere. Le sue trame e la diffusione dei suoi tentacoli si nascondono nella luce del nostro distratto consumismo. Compriamo, vendiamo e risparmiamo nella più assoluta ingenua ignoranza di chi possiede davvero le nostre infrastrutture, i nostri risparmi, anzi, le nostre esistenze. Non siamo più nei confini degli Stati, ma nella rete di proprietà incrociate che i grandi fondi tessono ogni giorno. Fondi “passivi”, dicono, come se l’aggettivo bastasse a rassicurare. Ma passivo non significa inoffensivo: significa onnipresente. Acquistano quote di tutte le aziende più importanti, controllano settori strategici, ma nessuno li vota. Nessuno può mandarli a casa.
Mentre Piketty, ha proposto un lungo viaggio attraverso il tempo nel suo “Il Capitale”, nel XXI secolo ci dice: non è la prima volta che il capitale prende il sopravvento sul lavoro. Era già successo nell’Ottocento, e ci siamo illusi che il welfare e le democrazie sociali lo avessero messo in riga. Ma ora è tornato. Più forte, più veloce, più globalizzato.
Piketty parla di r > g — quando il rendimento del capitale cresce più del PIL — e ci dice che le disuguaglianze aumentano non per caso, ma per struttura. È come se l’economia moderna fosse stata progettata per concentrare ricchezza, non distribuirla.
Là dove Piketty indaga la storia per proporre soluzioni globali (una tassa progressiva mondiale sui patrimoni), Volpi ci mette davanti all’urgenza del presente: in Italia, gran parte dei risparmi dei cittadini va a finanziare titoli e strumenti americani. Il nostro sistema pensionistico, le nostre infrastrutture, persino parte della nostra sanità sono ormai nelle mani di soggetti stranieri che rispondono solo alla logica del profitto.
E qui i due autori si stringono la mano, pur venendo da strade diverse: entrambi dicono che se la politica non rialza la testa, ci resterà solo l’illusione della scelta.
Piketty è il teorico della lunga durata, dell’architettura economica. Volpi è il cronista delle trame del giorno per giorno, dei movimenti invisibili dei fondi. Ma entrambi, in fondo, ci parlano di un mondo senza equilibrio, in cui le istituzioni non controllano più il capitale, ma lo inseguono, lo blandiscono, lo assecondano. E io — che ho sempre creduto che un po’ di giustizia valga più di mille piani di investimento — leggo le loro parole e mi domando: ma noi, cittadini, dove siamo in tutto questo?
Se vivessi in Asia, forse troverei qualche vecchio monaco che lungo strada mi direbbe: “Il primo passo per uscire dalla rete è vedere la rete.” Così fanno Piketty e Volpi: ci mostrano la rete. Uno con formule e grafici, l’altro con nomi e fatti. Ma tocca a noi decidere se restare impigliati o cercare una via d’uscita.
Volpi invoca una politica che smetta di farsi dettare l’agenda dalla finanza. Io, da lettore e da uomo, sogno che si torni a parlare non solo di PIL o dividendi, ma di felicità, di comunità, di tempo. Di senso del tutto.
Perché — e questo l’ho imparato davvero — non tutto ciò che cresce è progresso. Non tutto ciò che rende è ricchezza. E non tutto ciò che possediamo è davvero nostro.
Come ci ricordò anche Terzani, forse dovremmo analizzare bene le etimologie delle parole, il loro vero significato. Perché in una società che persegue l’individualismo del “contento” e “felice”, forse sarebbe il caso, invece, di “accontentarsi” e perseguire una nuova sobrietà che porti a quel risultato che tanto agoniamo: la felicità. Magari condito con un pizzico di romanticismo che questo mondo di plastica e silicone sembra aver sotterrato da tempo.

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